Ultima modifica: 24 Marzo 2021

24 marzo: la 3L ricorda la morte di Oscar Romero

Il 24 marzo si ricorda l’uccisione di Mons. Oscar Arnulfo Romero, Arcivescovo di San Salvador, profeta di giustizia e di pace. La classe 3^L con la prof.ssa Sposi e la prof.ssa Longo, hanno realizzato un podcast a lui dedicato, per far conoscere a tutti la vita del personaggio al quale il nostro Istituto si ispira.

Oscar Romero: un vescovo fatto popolo

Uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita”. 

Oscar Romero nasce a Ciudad Barrios di El Salvador il 15 marzo 1917 da una famiglia modesta. Avviato all’età di 12 anni come apprendista presso un falegname, a 13 entrerà nel seminario minore di S. Miguel e poi, nel 1937, nel seminario maggiore di San Salvador retto dai Gesuiti. All’età di 20 anni fa il suo ingresso all’Università Gregoriana a Roma dove si licenzierà in teologia nel 1943, un anno dopo essere stato ordinato Sacerdote. Rientrato in patria si dedicherà con passione all’attività pastorale come parroco. Diviene presto direttore del seminario interdiocesano di San Salvador e in seguito avrà incarichi importanti: il 24 maggio 1967 è nominato Vescovo di Tombee e solo tre anni dopo Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di San Salvador. Nel febbraio del ’77, proprio quando nel paese infierisce la repressione sociale e politica, è Vescovo dell’arcidiocesi.

In questi anni sono quotidiani gli omicidi di contadini poveri e di oppositori del regime politico, i massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protetti e sostenuti dal sistema politico. E’ il periodo in cui il generale Carlos H. Romero è proclamato vincitore, grazie a brogli elettorali, delle elezioni presidenziali. La nomina del nuovo Vescovo non desta preoccupazione: mons. Romero, si sa, è “un uomo di studi”, non impegnato socialmente e politicamente; è un conservatore.

Il potere confida in una pastorale aliena da ogni compromesso sociale, una pastorale “spirituale” e quindi asettica, disincarnata. Mons. Romero inizia il suo lavoro con passione. Passa poco tempo che le notizie della sua inaspettata attività in favore della giustizia sociale giungono lontano e presto arrivano i primi riconoscimenti ufficiali dall’ estero. Mons. Romero li accetta tutti in nome del popolo salvadoregno. Ma che cosa è accaduto nell’animo del vescovo conservatore?

Di particolare nulla. Solo una grande Fede di pastore che non può ignorare i fatti tragici e sanguinosi che interessano la gente. Disse, infatti, Romero: “Nella ricerca della salvezza dobbiamo evitare il dualismo che separa i poteri temporali dalla santificazione” e ancora: “Essendo nel mondo e perciò per il mondo (una cosa sola con la storia del mondo), la Chiesa svela il lato oscuro del mondo, il suo abisso di male, ciò che fa fallire gli esseri umani, li degrada, ciò che li disumanizza”. Forse un evento scatenante potrebbe essere stato l’assassinio del gesuita Rutilio Grande, e di un anziano e un bambino, avvenuto il 12 marzo 1977, da parte dei sicari del regime. Romero apre un’inchiesta sul delitto e ordina la chiusura di scuole e collegi per tre giorni consecutivi. Ma, nella omelia alle esequie di padre Rutilio, egli afferma: «Vogliamo dirvi, fratelli criminali, che vi amiamo e che chiediamo a Dio il pentimento per i vostri cuori perché la Chiesa non è capace di odiare, non ha nemici. Sono nemici solo coloro che si dichiarano tali; ma essa li ama e muore come Cristo». (14 marzo 1977)

Da quel giorno, nei suoi discorsi mette sotto accusa il potere politico e giuridico di El Salvador. Istituisce una commissione permanente in difesa dei diritti umani e le sue omelie, ascoltate da moltissimi parrocchiani e trasmesse dalla radio della diocesi, vengono anche pubblicate sul giornale “Orientaciòn”. 

“Queste omelie vogliono essere la voce di questo popolo, vogliono essere la voce di quanti non hanno voce. E per questo, senza dubbio, danno fastidio a quelli che di voce ne hanno troppa, questa povera voce che troverà  eco in quelli che (…) amano la verità  e amano veramente il nostro caro popolo”. (29 luglio 1979)

Una certa chiesa si impaurisce, allontanandosi da Romero e dipingendolo come un ”incitatore della lotta di classe e del socialismo”. In realtà Romero non invitò mai nessuno alla lotta armata, ma, piuttosto, alla riflessione, alla presa di coscienza dei propri diritti e all’azione mediata, mai gonfia d’odio. 

“Una Chiesa che non provoca crisi, un Vangelo che non inquieta (…), una parola di Dio che non tocca il peccato concreto della società in cui viene accettata: che Vangelo sarebbe? Pie considerazioni molto belle, ma che non danno fastidio a nessuno: molti vorrebbero che la mia predicazione fosse a quel modo. E quei predicatori che per non scomodare,  per non avere conflitti e difficoltà,  evitano ogni argomento spinoso, non illuminano la realtà  in cui si vive” (15 aprile 1978).

Purtroppo, il regime sfidato aveva alzato il tiro; dal 1977 al 1980 si alternano i regimi ma non cessano i massacri. Il 23 marzo 1980, in una delle sue ultime omelie, Romero usa esplicite parole di verità:

Vorrei fare un appello specialmente agli uomini dell’esercito, e in concreto alle basi della Guardia Nacional,  della polizia, delle caserme. Fratelli, voi appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri stessi fratelli contadini, e davanti a un ordine di uccidere dato da un uomo, deve prevalere la legge di Dio, che dice:”Non uccidere” (*). Nessun soldato è  obbligato a obbedire a un ordine contro la legge di Dio. Nessuno deve applicare una legge immorale. È ormai tempo di ritrovare la vostra coscienza e di obbedire alla vostra coscienza piuttosto che all’ordine del peccato (*). La Chiesa,  che difende i diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità  umana, della persona, non può  restare in silenzio davanti a tanto abominio.  Desideriamo che il Governo rifletta seriamente sul fatto che le riforme non servono a nulla se sono macchiate da tanto sangue (*). In nome di Dio, allora, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino in cielo sempre più  forti, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!  (*)

Il giorno successivo, il 24 marzo 1980, Oscar Romero viene assassinato  proprio nel momento in cui sta elevando il Calice nell’Eucarestia,. Le sue ultime parole sono ancora per la giustizia: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo ed il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo.Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”. 

Da quel giorno la gente lo chiama, lo prega, lo invoca come San Romero d’America (e l’11 ottobre del 2018 viene canonizzato insieme con Paolo VI, il Papa che lo aveva nominato vescovo nel 1970).

La profezia di Romero, il vescovo fatto popolo, si è realizzata: “Scelgo di vivere quiaveva detto perché è qui che devo concludere il mio apostolato. Se mi uccideranno, li ho già perdonati tutti. In ogni caso, è qui che devo morire perché è in mezzo al mio popolo che devo risorgere”.




Link vai su