Ultima modifica: 20 Novembre 2020

Il Romero tra i “Racconti isolati” premiati a Certaldo

Questa estate gli studenti della 3E (diventata nel frattempo 4E), stimolati dalla professoressa Azzola, hanno partecipato a un interessante concorso bandito dal Comune di Certaldo, dal titolo evocativo di “Racconti isolati. Un Decameron al tempo del covid”. In questa antologia contemporanea che voleva ricreare il capolavoro di Boccaccio sono stati compresi anche gli elaborati delle scuole e tra i premiati (80 racconti scritti da adulti e 20 scritti da studenti) ben tre sono opera di nostri alunni romerini, con anche uno classificatosi tra i primi sei. Facciamo quindi i complimenti agli studenti della 4E e alla professoressa per questa bellissima soddisfazione.

Vi invitiamo a leggere i racconti premiati:

La speranza scritta nelle stelle (di Erika C. e Linda V.)

Era una mite serata di marzo, in un periodo che avrebbe segnato non solo quel famigerato 2020 ma anche la nostra esistenza. Assistere a una pandemia mondiale non è un fenomeno normale, in particolare rimanere segregati in casa per mesi all’improvviso a causa di un nemico invisibile che si insidiava nelle nostre vite senza darci tregua.

Trascorrere così tanto tempo da soli non è mai stato così pesante, soprattutto per delle giovani ragazze come Linda e Erika che tra scuola online e scleri giornalieri non sapevano dove andare a parare.

L’unica via di fuga consisteva nel fare lunghe telefonate o videochiamate per tenersi compagnia ed evadere (anche se per un tempo relativo) da quella infima situazione che ci attanagliava.

Infatti, anche quella sera Linda e Erika si trovavano in giardino a guardare le stelle e ad aspettare che una delle due facesse partire la chiamata. 

Di norma a fare il primo passo ci pensava Linda, mentre Erika continuava a correre per casa a sistemare infiniti piatti e preprare medicine e bevande calde al padre malato, aiutando la mamma che era impegnata con la nonna. A quel punto veniva sempre tardi e Linda doveva sopportare lunghe attese prima di riuscire a contattare l’amica. 

Quando finalmente si riusciva  a mettersi in giardino e prendere aria cominciava una chiamata che a stento sarebbe finita.

Il vento sussurrava prepotentemente e il cielo era cosparso di stelle, come se esse ci guardassero dall’alto e ascoltavano i nostri discorsi.

“Hai finito di sgobbare per casa?” chiese Linda, come  sempre.

“Lascia stare, non ho ancora avuto il tempo di sedermi e prendere fiato” rispose l’altra.

“Finirà questo incubo, almeno non dovrò più vedere così tanto mio fratello, non lo sopporto più”

“Se, finirà. Perchè non mi sembra di vedere la luce in fondo al tunnel.”

“Andiamo dai, smettila, non essere così pessimista, vedrai che torneremo alla normalità”

Erika, molto perplessa rispose” Normalità? Ma quale normalità?! Qua non so come ne usciremo, non oso pensare a tutto ciò che perderemo”  

“Ma dai, non rimarremo così per tutta la vita, pensa a tutti i concerti che ti aspettano”

“Ma quali concerti! Musica dal vivo, live, festival rock, tutto annullato! Non riesco a concepire un’ estate o chissà quanto senza eventi. Per non parlare dei biglietti già acquistati che perderò.”

“Beh ci credo, per una come te può essere snervante ma non disperare, torneremo a fare festa ovunque senza avere paura. Anche se effettivamente se ci penso, il mio viaggio a New York è spacciato.”

“Mi sa che ti sto contagiando con il mio pessimismo, sarebbe un’idea assurda pensare di poter tornare a viaggiare in completa serenità.”

Linda, portandosi una mano in fronte in segno di rassegnazione, rispose “Vedrai quando io sarò in giro per il mondo con il coronavirus sconfitto e tu sarai a piangerti addosso senza avere fiducia nel futuro.”

Ammonita e con lo sguardo rivolto verso il cielo Erika cominciò a pensare che in fondo Linda non aveva per nulla torto e che se avesse provato a vedere le cose per il verso giusto non si sarebbe ritrovata sofferente ogni giorno. 

“Va bene, va bene. Cercherò di trovare un minimo di speranza. Allora, se mi permetti, mi aggiungo anch’io alla vacanza  a New York, suvvia uno più, uno meno…”

“Così sì che si ragiona! Ma non dimenticare che c’è anche tanto altro che ci aspetta, come le serate in città e gli incontri con gli amici e magari qualche ragazzo.”

“Guarda, ho così tante preoccupazioni che di conoscere ragazzi proprio non se ne parla, piuttosto, come farò per il mio compleanno? I 18 si fanno una sola volta nella vita, pensare di passarli segregata in casa mi fa rabbrividire e non riesco a capire se per quel giorno saremo più liberi di adesso.”

“Beh, a dire il vero se mi ci fai pensare anche a me  non piacerebbe trascorrerlo così, ti capisco… e oltre a tutto avresti un brutto ricordo… ma secondo me se andiamo avanti così, riuscirai a combinare qualcosa.”

“Oh Linda, sono così disperata. Avevo davvero tanti progetti per quest’anno e vedermeli bruciati così facilmente mi demoralizza e penso sempre al peggio. Per non parlare di tutto ciò che è già andato storto, tutte quelle vittime innocenti, famiglie distrutte e persone sul lastrico…non riesco a vedere un futuro roseo, proprio no. Tutti i miei buoni propositi li ho visti svanire e non oso pensare a come potremo tornare, a quella “normalità” che non sarà mai normale. Credo di impazzire se penso a tutto ciò.”

Linda dall’ altra parte della linea abbassò lo sguardo e faticò a rispondere alle dure parole dell’amica che l’avevano scossa. Effettivamente quell’ “Andrà tutto bene” lasciava a desiderare ed era difficile concepire una vita diversa da quella che si era sempre vissuta, senza restrizioni, prassi e paure. In questo mondo ormai surreale, in una situazione utopica, descritta quasi solamente nei racconti di fantascienza, trovare il nostro posto felice sembrava un miraggio, irraggiungibile e irrealizzabile. Come si sarebbero dovuti  salutare gli amici? Ma davvero si avrebbe dovuto aver una costante paura di andare a trovare i propri nonni?

Domande alle quali era difficile rispondere senza nulla di completamente certo e le paranoie erano giornaliere, addirittura lecite. 

Dopo qualche istante Linda riuscì a ribattere ad Erika, anche se dopo quelle parole cominciò a demoralizzarsi pure lei. 

“Erika, penso che a questo punto, stia a noi cercare di vivere al meglio questo periodo. Io posso capire la tua frustrazione ma alla fine cosa ci guadagnamo a impazzire?”

“Nulla. É questo il punto. Non possiamo farci nulla. Siamo capitati in questa trappola mortale per caso, errore o fortuna. Possiamo solo affidarci al destino, per quanto sconosciuto sia cercando di valorizzare il presente.”

“E tutti nostri sogni?”

Erika con lo sguardo fisso al cielo, sotto una stellata imponente fece un grande respiro e chiuse gli occhi per una manciata di secondi. Appena li riaprì le sembrava di stare in mezzo a tutti quegli astri e scorse una stella cadente. La prima stella cadente della sua vita. Non aveva pronti desideri ma sapeva che solo lei stessa avrebbe potuto farli avverare, fidandosi, per quanto gramo sia, del mondo.

Così rispose a Linda, in tono pacato: ”Mantienili vivi e fa’ in modo di non abbandonarli mai. Per ora, concentriamoci a rendere positivo questo periodo. Il resto avanza”

Linda rimase esterrefatta dalla reazione della compagna, dalla quale non si sarebbe mai aspettata un ragionamento tale in quel momento.

“Ah Erika, tu mi stupisci sempre. Che sia presente o futuro, non smetterai mai di sorprendermi.”

I rintocchi del campanile segnavano la mezzanotte e in vista della scuola a distanza presto l’indomani, le due ragazze decisero di andare a dormire, senza sapere quando si sarebbero potute incontrare veramente, ma consapevoli che nonostante tutto non si sarebbero mai abbandonate.

 

Punti di vista (di Beatrice B., Sara B. e Aurora C.)

Era il 2 marzo 2020, un lunedì piovoso ed essendo un tipo meteoropatico non connettevo del tutto.

Dopo due settimane di pace, quella pazza della mia coinquilina ha deciso di far suonare la sveglia alle 7:45 e per di più alle 8 ha svegliato pure me.

Evento più unico che raro dato che non mi considerava da circa quattro mesi!

Non mi sono ancora presentato, il mio nome è SONY e sono un computer bianco, sottile e di ultima generazione.

La nostra convivenza è iniziata tre anni fa, quando Valeria e i suoi genitori  mi hanno scelto.

All’inizio ero felice poiché ero stanco di stare in quel negozio dove tutti mi toccavano, ma col senno di poi avrei preferito rimanere lì per altri anni.

Io ancora non mi capacito del perché mi abbiano comprato dato che sono più i giorni in cui dormo che quelli in cui vengo utilizzato.

Ad ogni modo, da quel 2 marzo la mia “vita” è cambiata a causa della pandemia che, scoppiata in Cina, si è poi diffusa in tutto il mondo costringendo Valeria e moltissimi altri studenti ad utilizzare me e i miei colleghi per le lezioni da casa.

Tutto sommato questa novità non mi dispiaceva, fino a che da novità è diventata abitudine.

Uno degli aspetti peggiori era la faccia di Valeria appena sveglia, perché non si alzava dieci minuti prima e si sistemava un minimo, ma si svegliava giusto due minuti in anticipo, assonnata, senza trucco e con i capelli arruffati e pretendeva addirittura che mi accendessi in tempo record con tanto di parolacce e imprecazioni verso di me.

Per non parlare delle urla dei docenti alle otto di mattina, in particolare di una professoressa, che solo con il volume a cinquanta, era in grado di svegliare tutta casa.

A volte mi sentivo trascurato, poichè io lavoravo per lei, e anziché essermi riconoscente e quindi considerarmi, utilizzava il cellulare.

Inoltre, Valeria avendo due fratelli, doveva spesso litigare con loro per utilizzarmi, poichè c’è anche un altro computer, ma modestamente io sono il migliore e questa era l’unica cosa che mi rendeva un minimo orgoglioso.

Per dirvi, un giorno, durante un’agguerrita discussione, Valeria e suo fratello Tommaso, mi stavano strattonando da ambedue i lati, la discussione è terminata poco dopo conseguentemente alla mia caduta dove mi sono procurato dei graffi sulla schiena.

Spesso e volentieri, mi capitava di sentire il suono martellante della sveglia di Valeria e non capivo il motivo per cui non svegliasse anche me e soprattutto non concepivo perché, entrata a lezione con venti minuti di ritardo, esordiva con “non mi andava la connessione” nonostante funzionasse benissimo.

È capitato solo un paio di volte che Conny (che sarebbe il soprannome con cui chiamo la mia amica connessione) non collaborasse veramente a causa del mal tempo.

L’unica fonte di divertimento era data dai commenti a microfono spento fatti da Valeria, solitamente verso i compagni, ma a volte anche verso i professori soprattutto dopo l’assegnazione dei compiti.

Per quanto riguarda verifiche orali e scritte era una sofferenza unica, Valeria iniziava col mettermi lo scotch sugli occhi costringendomi a farla apparire con una risoluzione minore rispetto a quella che normalmente posso offrire, successivamente mi tappezzava di post-it, mi sentivo arlecchino e avevo la colla sparsa ovunque. 

Per concludere il tutto mi metteva in controluce, già vedevo poco, così facendo l’unica che ne traeva vantaggio era lei.

Per noi computer la didattica a distanza ha avuto soprattutto aspetti negativi, ma al contempo per Valeria e tutti gli studenti, essa ha avuto anche vari aspetti positivi quali ad esempio il poter distrarsi e non pensare per quelle poche ore a quello che stava accadendo nel mondo e il poter andare avanti con il programma scolastico nonostante le ore di lezione fossero diminuite (almeno per quanto riguarda Valeria).

Con più euforia degli studenti aspettavo l’8 giugno e finalmente quel giorno è arrivato, spero che la situazione in Italia e nel mondo migliori entro settembre cosicché  gli studenti possano tornare tra i banchi di scuola e io possa tornare ad essere utilizzato con meno frequenza, come era un tempo, prima che iniziasse la pandemia.

Dopotutto non era così male starmene solo a dormire!

 

La famiglia è come un puzzle (di Nicholas L. e Filippo G.)

Spesso si sente parlare della famiglia come dell’ultimo baluardo di stabilità in una società complessa e sfaccettata come la nostra.
Parliamo di una normale famiglia che abita in centro a Milano. 

Milano è la città più frenetica d’Italia e certamente questo non aiuta i rapporti di famiglia, specialmente se entrambi i genitori lavorano. A Milano è presente qualsiasi tipo di servizio o di comodità, e anche tantissime opportunità di lavoro.
Questa famiglia è tanto normale quanto speciale: il padre di nome Luca è un dirigente bancario impegnato nel suo lavoro anche più di 8 ore al giorno, sei giorni su sette alla settimana. È un grande appassionato di bici e il suo unico giorno libero, la domenica, lo dedica sempre alla sua grande passione; tutto questo da quanto era un ragazzino.
La madre si chiama Marika ed è una Oss che lavora all’ospedale “San Paolo” di Milano. Lavora lì da poco tempo ed è ancora con un contratto a tempo determinato. Purtroppo, a causa del lavoro fa turni stressanti e faticosi che non le fanno godere a pieno i giorni di riposo a causa della stanchezza.
Infine, il figlio di nome Mattia è un adolescente che frequenta il primo anno di scuole superiori, quindi è nel pieno di uno dei momenti più difficili della crescita; Mattia è un grande appassionato di calcio, infatti gioca nella squadra dell’oratorio del suo quartiere.

La crescita di Mattia è vittima dell’assenza di entrambi i genitori. Da anni ormai sembra che i genitori si concentrino su tutt’altro tranne che su di lui.

Quando la domenica va alla partita di calcio, il padre e la madre non si sono mai presentati una volta, addirittura quando gioca in trasferta, è obbligato a chiedere il passaggio ai suoi compagni perché suo padre Luca è impegnato ad andare in bici e sua madre non ha quasi mai i riposi da dedicare al figlio nel fine settimana.

Mattia non si accorto di questa mancanza, perché è sempre stato abituato in questo modo che per lui ormai rappresenta la normalità.

Il suo andamento scolastico non è mai stato dei migliori, ma nessuno riusciva a capire se avesse davvero bisogno di un aiuto.

È marzo e, alle soglie della primavera che porta con sé i primi raggi caldi del sole, piove su tutta l’Italia qualcosa di surreale e denso: l’obbligo di rimanere in casa imposto da una battaglia che non si può non combattere.

Tutto ad un tratto si rompono i ritmi della quotidianità, si perdono le abitudini, si sovverte la gestione delle giornate e soprattutto non si può uscire di casa se non per motivi necessari. Interi nuclei familiari si sentono così spinti da un necessario e complesso bisogno di riassestamento per far fronte a esigenze diverse raggruppate sotto lo stesso tetto.

Una delle grandi difficoltà sta nelle necessità differenti di genitori e figli: il lavoro, la cura della casa, la scuola e il gioco si fondono in un unico spazio. 

Diventa così prioritario inventare un nuovo modo di vivere; mamme e papà si organizzano subito con calendari giornalieri per riuscire a far felici tutti, almeno in parte. In questa fase è fondamentale non riempire allo stremo il tempo ma cercare di seguire una routine il più possibile simile a quella precedente; svegliarsi e fare colazione, lavarsi il viso e mettersi la crema, dirsi buongiorno, insomma sostenere un modo di vivere pieno ma non sovraccaricato.

Visto l’obbligo di restare in casa, comincia per più di un mese un periodo di convivenza dove ritrovarsi e riscoprire i grandi valori della famiglia.

Mattia comincia a confrontarsi e a parlare con i suoi genitori, cosa completamente estranea a lui, e capisce che gli era sempre mancato qualcosa, un confronto, un dialogo “intrafamiliare”. Lui purtroppo a causa dell’assenza dei genitori è dovuto diventare adulto prima del tempo. Questo però, senza un vero esempio da seguire quali possono essere i genitori, non porta sempre a qualcosa di buono. Basti vedere l’andamento scolastico oppure la totale normalità dell’assenza dei genitori per lui; modello che potrebbe riproporre anche lui in un futuro da genitore.

I genitori ormai costretti a passare del tempo insieme notano la mancanza che hanno dato al figlio in tutti questi anni. E per cercare di sopperire a ciò, pensarono di passare un po’ di tempo insieme al lui rispolverano i giochi da tavolo e magari grazie a quelli di riavvicinarsi a lui.

Il gioco da tavolo che decisero di rispolverare era un puzzle da duemila pezzi personalizzato con una loro foto di famiglia di dodici anni fa, quando Mattia era ancora piccolo e loro non erano ancora completamente distaccati da lui. 

Mattia non era a conoscenza di questo puzzle e nemmeno i genitori se ne ricordavano dell’esistenza, l’avevano fatto fare per accantonarlo lì poco dopo. Risolverlo era quasi come ricomporle un po’ la famiglia che tutti e tre si erano dimenticati, quasi che la famiglia stessa fosse il puzzle divisa in tanti pezzi che non erano uniti tra loro. Dopo una lunga giornata passata a cercare di unire quei pezzi che sembravano non avere nulla in comune tra di loro i tre si godettero il risultato, ma la parte migliore fu la reazione di Mattia dopo l’inserimento dell’ultimo tassello, che con una lacrima all’occhio disse a mamma Marika e papà Luca, “vi voglio bene”. In quel momento entrambi i genitori come colpiti da un lampo, pensarono a quanto fossero idioti, nel preferire qualcos’altro a Luca. Ormai ciò che avevano fatto fino a quel momento non poteva essere cancellato, ma potevano ancora rimediare in qualche modo, magari anche solo andando a vedere la partita della domenica del figlio, in fondo sono pur sempre una famiglia.

Questo periodo è stato negativo per tutti, ma anche nel negativo si può trovare un barlume di bene. Le famiglie che prima erano divise ora si sono riunite e hanno imparato qual è il vero significato della famiglia. che è completamente diverso dalla fredda definizione di un qualsiasi dizionario: “Nucleo sociale rappresentato da due o più individui che vivono nella stessa abitazione e, di norma, sono legati tra loro col vincolo del matrimonio o da rapporti di parentela o di affinità.” ma è un gruppo di persone che crescono insieme e si aiutano a vicenda. 




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